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RECENSIONE FILM THE ARTIST

THE ARTISTCRITICA a cura di Olga di Comite: Sotto l’albero del cinema natalizio, tra pacchetti presuntuosi e sfacciati, fiocchi e nastri superflui, occhiali 3D e musica assordante, occhieggiava un involto dai colori grigi sfumati con un elegante nodo in bianco e nero. L’ho aperto subito ed ecco The Artist.

Un piccolo miracolo di garbo, passione professionale e sapienza di chi il cinema bello di molti anni fa l’ha frequentato con amore. Così il sospetto iniziale che si trattasse di un cinepanettone d’alto livello, ma pur sempre commerciale, s’è immediatamente dileguato e quasi mi vergogno di volerne parlare usando le parole.

Poiché si tratta di un film muto che non è un’operazione a freddo, ma piuttosto un omaggio a quanto di duraturo c’era nella produzione Anni ’20 e in maestri come Lang, Murnau, Wilder, Chaplin, che il regista dichiara orgogliosamente di aver avuto come idoli nella propria formazione. Non è stato però facile sempre da sua dichiarazione trovare un produttore, data la singolarità della proposta, ma infine la tenacia è stata premiata con un risultato apprezzabilissimo.

Oggi quindi si parla di Oscar, mentre il protagonista Jean Dujardin (un misto di Errol Flynn e John Gilbert), noto in Francia ma poco altrove, è cresciuto vertiginosamente in popolarità e simpatia. Il suo personaggio George Valentin (un riferimento a Rodolfo Valentino), attore di successo del cinema muto, si ritrova solo, fallito e senza una lira a causa dell’orgoglioso diniego di abbracciare una nuova carriera dopo l’avvento del sonoro. Contemporaneamente al declino dell’ex-divo, cresce l’astro della giovane donna Peppy Miller (Berenice Bejo) che lo ama dal loro primo incontro e cercherà in tutti i modi, palesi ed occulti, di aiutarlo mentre sprofonda sempre più nell’alcool e nei suoi incubi. L’amore alla fine trionfa e i toni ridiventano brillanti, mentre un tip-tap indiavolato ci riporta con freschezza a Fred Astaire, Gene Kelly e alle loro partners preferite.

Non si creda però a una confezione perfetta che muove dalla voglia di passato dei nostri tempi difficili; l’opera non è affatto l’elegante riesumazione di un tecnico, bensì la reinvenzione in cui convergono molti generi del cinema hollywoodiano. I risultati appaiono tali da emozionare anche oggi.

Partendo da acute strategie di linguaggio (ammorbidire il contrasto bianco-nero, dare ritmo più veloce rispetto al muto di una volta, giocare con una bella colonna musicale, potenziare il gesto senza farlo divenire enfatico), Hazanavicius fa leva su sentimenti semplici e sempre validi: l’amore, l’orgoglio, il riso, l’amicizia, dimostrando così che certi bisogni fondamentali non sono cambiati. Forse la sua è una constatazione, forse un invito a ritrovarli, l’essenziale è che funziona, direbbe Woody Allen.

Non citare l’apporto dato a The Artist da attori minori ma bravissimi come caratteristi, sarebbe colpevole, così come lo sarebbe non citare l’interprete “cane” a quattro zampe. E mentre le ultime immagini con i loro bravi sottotitoli si lasciano alle spalle questo impasto di melodramma, commedia e music-hall, a noi spettatori verrebbe quasi voglia di restar seduti a rivedere il tutto. Olga di Comite
VOTO:

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